«Ma io sono fiero del mio sognare, di questo eterno mio incespicare» (Francesco Guccini)
Quando sei nato non puoi più nasconderti
Marco Tullio Giordana che fa tanto bene vedere a noi figli del benessere. Non si parla di Ferrari e Caraibi, si parla di avere un letto, un tetto, una bottiglia d'acqua, non abbiamo idea, quando ci svegliamo al mattino, dell'enorme (vergognosa?) quantità di privilegi di cui disponiamo. Ci sentiamo grandi perché siamo consapevoli che in Africa si muore di fame, poi beviamo il caffè equo e solidale, ma ogni giorno distogliamo gli occhi dal poveretto disposto a darci tutto il mazzo di rose per una moneta.
«Ma se capirai, se tu cercherai fino in fondo, se non sono gigli, son pur sempre figli, vittime di questo mondo»: il verso finale della Città Vechia di Mastro Fabrizio descrivono l'obiettivo del film, che per un paio d'ore ci cala tra i disperati in balia di mare e feroci scafisti, per costringerci a guardarli, a relazionarci con loro.
Con un ritmo volutamente altalenante, ci impone l'ansia e la sofferenza dei progionieri volontari sulla carretta del mare. E sembra di sentirlo il tanfo della stifa trasformata in latrina, e poi di percepire l'atmosfera cupa dei centri di accoglienza (ma bisognerebbe chiamarli lager), dove poche persone di buona volontà tentano di arginare migrazioni di popoli, rabbie incontenibili, inettitudini e prepotenze di stato.
Il bravissimo Matteo Gadola, un ragazzetto esordiente che recita con l'eleganza di un attore consumato, è la chiave che apre le porte della storia, lascia entrare lo spettatore, finalmente lo coinvolge. Silenzi, incomprensioni coi genitori, soprattutto curiosità e voglia di capire - resi perfettamente da un'ottima interpretazione diretta in modo impeccabile - sono il valore aggiunto che rende eccellente un film già bello di suo.
Da vedere assolutamente, con la mente aperta, disposta a non giudicare il profugo che deruba i suoi potenziali salvatori, che costringe una ragazzetta a prostituirsi. Non sono gigli, sono vittime. E Giordana ce lo spiega da par suo, in modo intenso ma mai cupo, elegante ma non snob, comprensibile ma non banale. Gran film, da prescrivere a tutti i ragazzetti fanatici di PlayStation e moto.
Da vedere in fretta, pensando che mentre siamo seduti al fresco a gustarci un bel film, ci sono migliaia di persone che queste storie le vivono davvero, sulla propria pelle.
04.06.05 00:45 - sezione cinema
il 06 Giugno 2005 (quando OMB accettava i commenti)
Aleph ha scritto:

"Da vedere in fretta, pensando che mentre siamo seduti al fresco a gustarci un bel film, ci sono migliaia di persone che queste storie le vivono davvero, sulla propria pelle"

Esattamente come quella santa di mia madre, che quando lasciavo qualcosa nel piatto mi diceva: Mangia! Che ci sono bambini che muoiono di fame!
E grazie a quella frase sono cresciuto con un senso di colpa pazzesco nei confronti dei bambini africani. Ciò nonostante non sono diventato missionario.
Spero di sbagliarmi ma non credo che l'umana empatia si scateni così...

il 06 Giugno 2005 (quando OMB accettava i commenti)
alberto ha scritto:

Non è questione di empatia, ma di conoscenza. Un conto è il racconto di mamme e nonne, un altro la visione di un film, soprattutto se ben fatto. I nostri ragazzi non hanno percezione dei disagi patiti da tanti esseri umani se non attravero le frasi appunto "c'è chi muore di fame". Vederli morire di fame per davvero mi pare un buon modo per passare dal senso di colpa (ammesso che sia quello il risultato, a me dicevano lo stesso e me ne fottevo bellamente) a un inizio di consapevolezza.

il 06 Giugno 2005 (quando OMB accettava i commenti)
Andrea ha scritto:

Un mio collega italiano chiede informazioni a un mio collega egiziano su come sia Charm'el sheik. Nessuna informazione. Lui li non ci può andare, né prima né ora che lavora in Italia. In compenso l'italiano ci metterà circa 4 ore per arrivare. L'egiziano, al tempo della sua odissea ne impiegò più di 3, ma di mesi!

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